Credo nelle cose che si aggiustano da sole,
se si smette di tenerle troppo strette
e che le mappe servano solo per non perdersi del tutto.
Credo che la bellezza abbia il pudore di chi lavora,
che non sia lusso, ma una forma di giustizia.
Che un gesto ben fatto valga più di mille intenzioni.
Credo nelle mani che pensano,
nei cani che capiscono,
nei gatti che non spiegano.
Credo negli oggetti che portano memorie,
nelle crepe che non chiedono perdono,
nelle idee che si sporcano di terra.
Credo che educare significhi condividere un tempo,
non dare una direzione,
sedersi accanto, non davanti.
Che la relazione sia un luogo,
non un compito
e che l'empatia sia un atto politico.
Credo che la semplicità sia una conquista,
non un punto di partenza,
che la lentezza sia una competenza, non una colpa.
Credo nei luoghi che sanno aspettare,
nelle sedie vuote e nei silenzi
che fanno spazio alle storie.
Credo nella fatica buona,
quella che lascia il corpo stanco e la mente lucida
e che il caos sappia l’alfabeto, solo che scrive in corsivo.
Credo nella geometria dei gesti quotidiani
e nella poesia che ci inciampa dentro.
Che il lavoro non sia un mestiere, ma un linguaggio.
Credo nella città quando osa ancora odorare di terra dopo la pioggia,
nella fatica dei giorni imperfetti,
dove si impara il mestiere di restare.
Credo nelle persone che aggiustano cose rotte
senza chiedere se ne valga la pena.
Credo che il mondo si ripari
non a colpi di teoria,
ma con piccoli gesti ben fatti
e un po’ di umorismo.
E credo che la cura,
quella vera,
non faccia mai rumore.